L’ape e l’architetto (n.1)

di Giacinto Ferraro

Partiamo da una metafora

“…l’ape fa vergognare molti architetti con la costruzione delle sue cellette di cera. Ma ciò che fin da principio distingue il peggiore architetto dall’ape migliore è il fatto che egli ha costruito la celletta nella sua testa prima di costruirla in cera. Alla fine del processo lavorativo emerge un risultato che era già presente al suo inizio nella idea del lavoratore, che quindi era già presente idealmente. Non che egli effettui soltanto un cambiamento di forma dell’elemento naturale; egli realizza nell’elemento naturale, allo stesso tempo, il proprio scopo, che egli conosce, che determina come legge il modo del suo operare, e al quale deve subordinare la sua volontà.”

Questa lunga citazione è  una celebre metafora che negli anni ’70 divenne la ‘formula’ di un paradigma con cui un gruppo di fisici dell’università di Roma aprirono un dibattito di grande interesse che aveva come tema generale l’evoluzione della conoscenza scientifica e il tessuto sociale circostante, il problema della neutralità della scienza e anche, seppure in maniera più sfumata, il rapporto tra la macchina e il lavoro.

La rubrica l’ape e l’architetto

In questa rubrica riprenderemo questa metafora soprattutto in relazione all’architettura e all’urbanistica viste non solo e non tanto come discipline ‘belle’ e oggettive, ma spesso al servizio di una certa razionalizzazione della città e del territorio.

È questo uno degli aspetti  decisivi che affronteremo, poiché attorno a tale problema si aggrovigliano decine di altri problemi più o meno sovrastrutturali, più o meno ideologici, più o meno pretestuosi.

Urbanistica e città

Ci occuperemo della marginalizzazione dell’urbanistica come disciplina e tecnica di progetto della città e come pratica di intervento nel territorio, e della sua sostituzione con una pratica amministrativa contrattata con i costruttori e  le istituzioni politiche. Così  come ci occuperemo della figura delle archistars e delle trasformazioni che il lavoro intellettuale (lo studio di architettura) ha subito      per trasformarsi  in una catena di montaggio in cui vengono montati progetti sempre più grandi e mediocri.

Parleremo anche della funzione della critica – o meglio della sua progressiva scomparsa o marginalizzazione – sostituita sempre più dalle considerazioni di tipo giornalistico quasi sempre generiche e convenzionali spesso affidate a figure estranee a qualsiasi dimensione disciplinare, giornalisti appunto totalmente estranei al dibattito architettonico ma soprattutto  attenti a non porre alcun problema che possa sembrare critico.

In breve: parleremo di architettura e di urbanistica, ma anche di ecologia come non se ne parla da altre parti, anzi con una aperta dissonanza verso  le voci  del dibattito corrente più o meno ufficiale. E naturalmente parleremo degli interventi nelle città, a quali logiche obbediscono e degli effetti che hanno nel corpo sociale. Parleremo delle città smart’ dello smart working, del urban renewal  del central place e delle città delle reti e in breve di tutte queste formule  e paroline magiche con le quali maghi e demiurghi dell’architettura e dell’economia ci mostrano spazi fatati e meravigliosi nella loro purezza ecologica, della bellezza che salva il mondo e della fine della schiavitù del lavoro.