
Rendersi conto dell’importanza della cultura materiale, identificare i suoi attori, le sue straordinarie potenzialità, soprattutto in quei contesti più rari e particolari che si staccano e distinguono dalla cultura di massa è operazione indispensabile per poter comprendere il mondo in modo adeguato. L’intelligenza della mano, la polisensorialità e la sinestesia, l’economia e l’efficacia del gesto, la dinamica dell’apprendimento e la pratica sono concetti raffinati e poco comuni nella narrazione del lavoro artigiano e più in generale dei lavori ad alto valore aggiunto. Nello stesso tempo sono argomenti affascinanti che elevano e rafforzano il concetto di lavoro manuale, spesso considerato inferiore al lavoro intellettuale. Si tratta invece di comprendere che occhio mano e cervello lavorano in una perfetta sintonia in cui tutte le parti sono indispensabili.
Le parole possono migliorare la comprensione di un problema, facilitare le comunicazioni, consolidare e codificare innovazioni e visioni. Possono però anche confondere, ostacolare o mistificare. Potendo scegliere è meglio avere troppe parole e tacere consapevolmente che averne troppo poche e parlare. Aumentare la varietà del proprio linguaggio, imparando come le varie arti chiamano le cose e i processi è un indubbio vantaggio ed una opportunità.
Per anni approcci come lo Human Centered Design teorizzato dalla Stanford’s d.school e profetizzato da grandi design come IDEO sono stati valutati come una grande conquista culturale, rappresentazione di un pensiero attento esclusivamente ai bisogni della persona in quanto utilizzatore e consumatore del prodotto. Nel 1971, Victor Papanek, designer all’interno di “Design for the Real World” sostiene una ridefinizione in chiave etica del design dei prodotti, dell’architettura e della pianificazione urbanistica. Negli ultimi anni, la comunità del design si sta nuovamente interrogando sul valore della propria disciplina, affermando sempre più all’unisono che siamo nel bel mezzo di un inevitabile e sostanziale cambio di rotta e che il design incentrato esclusivamente sul benessere dell’uomo non può più essere ritenuta una via eticamente sostenibile. La mostra tematica Broken Nature: Design Takes on Human Survival a cura di Paola Antonelli svoltasi nel 2019 presso la XXII Triennale di Milano ha rappresentato un’importante indagine approfondita sui legami che uniscono gli uomini all’ambiente naturale, esplorando il concetto di design ricostituente e mettendo in luce oggetti e strategie, su diverse scale, che reinterpretano il rapporto tra gli esseri umani e il contesto in cui vivono, includendo sia gli ecosistemi sociali che quelli naturali. Nell’introduzione del catalogo della mostra tematica Paola Antonelli afferma che “Il design è uno strumento di riparazione fondamentale. Abbracciando tutte le grandezze, le applicazioni e le dimensioni, dall’architettura e l’urbanistica alle interfacce e ai videogiochi. è una delle attività umane più cariche di conseguenze […] il design deve sostenere la biodiversità e la diversità culturale, elementi necessari perché una civiltà fiorisca. Deve infondere significato e vita nei prodotti, sostituendo “consumo” con “adozione” e assumendosi la responsabilità a lungo termine per ogni oggetto che tocchiamo […] dovrebbe essere centrato non solo sull’essere umano, ma sul futuro della biosfera. Ripartire da qui, come anche il tema del Salone Satellite “DESIGNING FOR OUR FUTURE SELVES / PROGETTARE PER I NOSTRI DOMANI” con un’attenzione specifica alla SOSTENIBILITÀ. È un messaggio che la Manifestazione intende diffondere pensando ai benefici di una progettazione allargata alle esigenze di autonomia e inclusione che riguardano la società nel suo insieme e nei bisogni di singole fasce di età e diverse abilità. Con l’idea che non siamo tutti uguali e che le esigenze cambiano nell’arco della vita. Nel disegno è la stessa cosa: è importante adottare il massimo della densità espressiva per comunicare. Un libro, un romanzo che ha a che fare con la creazione di mondi, è un classico della letteratura occidentale: La montagna incantata, di Thomas Mann. Qui entra in gioco l’architettura, in un certo senso, perché ciò che m’interessa del romanzo non sono i personaggi, non è la storia, ma l’ambientazione fisica, questo luogo superno, questo sanatorio di montagna in cui la civiltà, con le sue eredità e differenze, viene isolata, e insieme cancellata, e riparte: e si ricostituisce, appunto, un mondo da zero. È un’isola a parte, nel mondo esistente, completamente lontana da ciò che già fa parte del suo contesto normale, accettato.

E, soprattutto, che un progetto studiato con tale apertura di vedute è, di per sé, sostenibile, perché di lunga durata. Oggi, nel pieno di una transizione ecologica e digitale (peraltro accelerata dalla pandemia da Covid-19), il design italiano è chiamato nuovamente a dare il suo contributo alla ripresa, adattandosi alle sfide che il futuro impone, dalla metamorfosi della mobilità verso modelli condivisi, interconnessi ed elettrici, ai processi di decarbonizzazione e dell’economia circolare che stanno cambiando l’industria e le relazioni di filiera, fino ad arrivare ai prodotti che, in un contesto di risorse sempre più scarse, dovranno necessariamente essere riprogettati per diventare più durevoli, riparabili, ricondizionatili e riutilizzabili. Un progetto necessario.
