Necessità di “essere”

di Antonio Giordanelli

Il fulcro di tutto, ovvero di emigrare, di spostarsi dal proprio spazio, dai propri confini, dalla propria cultura, non è rinnegare le radici ma, anzi il motivo è quello di espanderle, di allargarle, e come un latifoglie avevo bisogno di andare in profondità ed in espansione per capire chi io sia ma, anche, e soprattutto per contornarmi di persone nuove, fatte delle proprie culture.

A tal proposito, la necessità per la quale io abbia deciso di trasferirmi, e quindi di emigrare dalla mia Calabria, è la possibilità di entrare in contatto con altre culture e Firenze, essendo una metropoli multietnica, sia per la sua portata turistica, per la sua affluenza di studenti universitari e, soprattutto, di persone conosciute facenti parte del mio settore, il Design e non, mi ha dato la possibilità di spaziare, di ascoltare, di accaparrarmi di metodologie, di impostazioni, di processi, di mindset, interessi. Quindi, Firenze mi ha dato la possibilità di aggiungere e di modellare componenti che non avrei mai preso in considerazione se mi fossi spinto fino al perimetro della mia terra natìa.

Ogni persona, ogni umano penso debba sempre cercare la “necessità di essere”, che per me significa mettere in discussione tutto ciò che fa parte di me, anche la mia propria cultura, la mia propria identità, perché penso che da questo modo si riesca ad essere qualcuno, ovvero una persona con una propria credibilità, con dei propri tratti caratteristici ma, soprattutto, tutto questo ti permette, almeno per quanto mi riguarda, di affacciarti al mondo avendo una propria personalità distinta ed elastica verso altri processi di acculturazione diversi dalla propria cultura.                                        

Attrazione Fatale

La scelta di intraprendere questa carriera, ovvero quella di Designer, risiede proprio nel suo nucleo e cioè il fascino che ho provato la prima volta, e della quale ancora ne sono innamorato, ascoltando e guardando la poliedricità di questa materia, così ampia di possibilità di discussioni, per soluzioni a molteplici problemi.

Mi viene in mente una citazione di Alessandro Mendini: “La mia utopia umanistica è pensare che i miei oggetti e le mie architetture possano essere immaginati e progettati così come la natura aveva creato e disegnato i fiori… Ma come posso permettermi questa ambizione? … Faccio così, anche se so che non riuscirò. Ma è questa una mia tensione, un mio destino, una mia testimonianza. Una mia utopia” 

Ecco le parole di Mendini, riguardo all’utopia umanistica mi hanno sempre affascinato perché considerano, secondo una lettura personale, il Design come un processo in continua evoluzione dato da una fissazione di obiettivi sempre più alti e delle volte impossibili, ma consapevole del non raggiungimento degli stessi.

Immaginare possibili scenari futuri prendendo spunti da situazioni attuali sociali o di visioni utopistiche di un futuro possibile tracciate dal cinema od ancora di cambiamenti tecnologici non ancora attuati, che prevedono un cambiamento sociale sono questi alcuni focus, che mi portano ad avere un approccio al Design multidisciplinare.

Il Design è una parola valigia, dove all’interno è possibile inserire tutti gli aspetti a cui si va incontro, in base alle proprie necessità e proprie inclinazioni”.

Le possibili visioni e il loro possibile sviluppo è per me attuabile solo attraverso i fatti, sia che essi siano impossibili o appurati ma, comunque dei punti che muovono la mia curiosità, nell’andare a cercare e ricercare per capire come attuare in questa o nella prossima società, in ambiti diversi.

Attrazione Fatale è, quindi il Design che è riuscito a catturarmi e ad incuriosirmi ma, che allo stesso tempo predestinato ad essere proprio così, ovvero parte del mio essere, della mia identità e della mia cultura.

Migrazione affettiva 

Abbandonare una sicurezza affettiva per spingermi ad emigrare o a trasferirmi in un posto in cui ero completamente solo è stato come approdare ad un foglio bianco in cui ancora non c’è nessuna frase ed in questo caso alcun affetto, ricominciare da zero. All’inizio sentimenti contrastanti e dubbi ma, alla fine mosso sempre dalla stessa curiosità del mio lavoro ed in questo caso la possibilità di conoscere nuove storie, nuovi modi di approcciarsi e, soprattutto, persone nuove con background culturali diversi, che aggiungono materia diversa a me, non-finito.

Proprio le persone che ho conosciuto negli anni, mi hanno dato la possibilità di indagare nuovi comportamenti, nuovi mondi, nuovi processi, attraverso la condivisione, la discussione e l’ascolto e tali persone mi hanno trasferito nuovi punto di vista, nuove conoscenze e, soprattutto mi hanno affidato la loro stima e il loro affetto.

Questo processo, però è stato possibile da un solo fattore l’attitudine. La mia attitudine a voler ampliare il mio network, circondandomi di nuovi affetti, che sono andati proprio a riempire quella pagina bianca iniziale.

Ciò che ho detto in questo mio racconto non è la fine di un percorso ma è solo il primo capitolo di una lunga serie di episodi, dei quali ancora non conosco né la narrazione e né i possibili colpi di scena, e proprio per questo voglio andare avanti con la curiosità dell’incerto, di ciò che non conosco e che mi metterà alla prova, anche se saranno sfide complesse: non è proprio questa la bellezza di ciò che non si conosce?